Un pò di me

Diciamo subito che ho superato di parecchio gli 'anta. Risalgo all'epoca gloriosa ed ormai superata dei: dischi in vinile, delle cabine telefoniche, del gettone, del servizio di leva, dei disegni tecnici con carta e china, delle calcolatrici a logica polacca inversa, dei regoli calcolatori, della guerra fredda e della Lira.

Correvano i meravigliosi anni ’70, quando i miei genitori mi regalarono la mia prima piccola scatola di soldatini d’Italia della Atlantic, nel negozio sotto casa. Li ricordo ancora bene come fosse ieri : allineati in fantasiose battaglie sul pavimento della mia cameretta, in tasca nei primi giochi di infanzia e abbandonati con l'adolescenza. Ho vissuto con tristezza la scomparsa dal mercato di quella prestigiosa azienda italiana, così come anni fa per quella della TbLine, creata da una grande persona. Un pò più grandicello entrai in un club locale, dove ho avuto l'occasione di apprendere le meravigliose tecniche dell'arte del modellismo: la pittura e l'autocostruzione. Uscii da quella esperienza molti anni dopo, avendo vissuto intensamente il particolare ambiente dei concorsi di modellismo statico. Solo molto più tardi negli anni, in avanzata maturità, ebbi occasione di avvicinarmi a qualcosa di simile e tuttavia diverso: i giochi da tavolo, il wargame ed il collezionismo dei soldatini di piombo dipinti. Devo ciò alla pazienza di un grande amico, con cui condivido anche la passione per la storia e per le escursioni, spesso quelle gastronomiche, ma non solo. Sono passati diversi anni dai primi soldatini che ho ricevuto in regalo. Vivo ora in un mondo per certi versi più semplice e tuttavia più complesso, forse freddo, sicuramente frenetico, fatto di: computer, internet, globalità mediatica, amicizie virtuali, cellulari, mp3, euro e questo meraviglioso hobby, mi accompagna ancora con entusiasmo, nelle rare occasioni di tempo libero che mi rimangono tra la famiglia, gli amici e la professione di ingegnere.

Alessandro, alias "Callaghan".

Amici

mercoledì 12 dicembre 2007

Il wargame: un gioco

Vi siete mai chiesti qual'è sia la funzione di un gioco? Bene, tutti abbiamo giocato almeno per una volta da bambini o da adulti, perchè lo facciamo, perchè giocare? A scuola ci insegnano che il gioco è un metodo antico per apprendere qualcosa divertendosi: è il modo migliore per imparare. Detto questo ieri mi sono sentito chiedere: "Il wargame cosa insegna?" Bella domanda, sopratutto perchè, sottintendeva in chi la poneva pensieri del tipo: "se giocare vuol dire imparare, cosa può insegnare un gioco che contiene nel suo nome una parola come "War"-guerra? Chi gioca a wargame è allora un guerrafondaio?"

Ovviamente no, o almeno non per me. Questo è il punto di inizio.

Mi piace giocare a wargame. Mi piace colorare le miniature. Detto questo, faccio difficoltà ad associare la guerra ad un gioco oppure il viceversa, mi guardo bene dal farlo: la guerra è terribile, non l'ho vissuta come i miei genitori, i miei poveri nonni, spero di non assistervi mai ad una. Penso che tutte le guerre sono terribili nessuna esclusa. Penso che il senso della guerra va oltre l'intelletto umano, la guerra non ha nulla da insegnare, perchè è la liberazione di istinti primordiali, è terribile, lo sarà sempre...detto questo associare nel nome qualcosa di così insensato ad un gioco che senso ha? Nessuno. Alla domanda "Cosa insegna il Wargame o Gioco di guerra se di querra tratta?". Non è sbagliata la risposta, ma la domanda. Potrei dirVi che sarebbe molto meglio che una guerra fosse giocata su un tavolino con dei soldatini che non su un vero campo di battaglia con soldati o persone vere, potrei dirVi che questo gioco può servire ad avvicinare allo studio della storia, della strategia o tattica, ma questo vale per un professore, un militare in una accademia militare, non per me. Per me il Wargame è ancora colorare un esercito, imparare delle regole assieme ad un amico, perchè vincere o perdere non fa differenza. Perchè questo gioco deve per forza insegnare qualcosa sulla guerra? Sappiamo tutti dalla Tv cosa è la guerra, pochi sanno cosa è il wargame. Il wargame è un gioco: e come tutti i giochi ha delle regole e condizioni, due o più giocatori possiedeno un esercito di miniature e seguendo dei passi a loro discrezione fanno le loro mosse per raggiungere degli obiettivi. La sua ambientazione è una battaglia, ma non sanguinosa: è un gioco degli scacchi, ma ancor più complicato, perchè le regole sono spesso tantissime e non sempre chiare, le variabili infinite e non esistono mosse che si ripetono. Questo gioco non serve solo a tener allenata la mente, quello che voglio dire è che al di sopra di tutto permette di passare una serata in compagnia di amici: è grazie ad esso che ho conosciuto delle persone veramente speciali e forse se si chiamasse in un altro modo non creerebbe dubbi di alcun tipo. Ripenso sempre al wargame come a qualcosa di bello.

Ritornando alla domanda di partenza: "Cosa insegna il wargame?" Rispondo: l'amicizia.


sabato 8 dicembre 2007

I dadi e la probabilità - parte prima

Nei giochi da tavolo il caso è la fortuna o la sfortuna di un giocatore. La sfortuna rispetto ad un piano ben congegnato oppure la fortuna nonostante le mosse soggettive mal intraprese. Nel wargame viene simulato nel gioco lo svolgimento di una battaglia reale o finta. Il gioco è regolato in genere da regole pensate per simulare al meglio i vari tipi di situazioni (movimento, fuoco, ecc) e da un "qualcosa" che scandisca l'evolversi delle situazioni di gioco. Le situazioni sono le variabili del gioco. Una battaglia possiede molte variabili casuali: tutte quelle non prevedibili a priori. Quali ad esempio? Per esempio il tempo: il cambiamento repentino di vento in una battaglia navale, oppure il cambiamento di morale delle truppe: truppe regolari si ritirano ai primi spari e così via. Ci sono molti strumenti per simulare la casualità, alcuni di questi sono i dadi altri sono le carte da gioco e possono servire se associati a delle regole a costruire una "storia" o un evolversi di eventi. I dadi sono di diverse fogge, colori, dimensioni e strutture, quelli di cui parleremo sono i dadi a sei facce (spesso indicati con la sigla D6). Un dado D6 ha una forma a cubo, sulle cui sei facce sono riportati dei semboli a rappresentare la numerazione dal numero 1 al numero 6. In questi dadi la somma dei valori delle facce opposte sul dado ha come somma il numero 7. Il lancio dei dadi è un momento fondamentale per il giocatore in una partita, può significare la sua vittoria o la sua sconfitta, spesso i giocatori hanno un approccio personale con i propri dadi: ci soffiano sopra o li scuotono forte forte per ottenere il punteggio necessario, ma cosa si cela sotto un dado? è possibile sapere a priori un risultato di un lancio? Scientificamente la risposta è no: non è possibile avere la certezza, a meno di adottare dadi truccati, del risultato del lancio di un dado. Un dado lanciato cade sul piano e rotola in modo casuale per appoggiarsi, una volta che l'energia cinetica si è completamente dissipata, su una delle sei facce. Essendo il dado bilanciato ed il suo baricentro coincidente con il centro del dado, non è possibile a priori capire su quale delle sei facce si poserà. Quello che si può dire è ciascuna faccia o numero del dado ha la stessa probabilità di uscire. La probabilità nella definizione classica di Laplace è "il rapporto tra il numero dei casi favorevoli e il numero dei casi possibili, purché questi ultimi siano ugualmente possibili" Ciò significa che la probabilità (indichiamola con "p" ed è un valore numerico) che esca il numero sei dal lancio di un dado è pari a uno (il caso favorevole) diviso i sei casi possibili (le sei facce):

p = 1/6 = 0,167 , considerando 100 lanci le probabilità percentuale è pari al 16,7%

...lo stesso si ottiene se si aspetta l'uscita del 5 o 4 o 3 o 2 o 1. Nel lancio di un dado ciascuna faccia ha la stessa probabilità: 1/6 o 0,167 o 16,7%.

La probabilità non ci dice se riusciamo ad ottenere il valore che aspettiamo, ma se nota ci saprà consigliare sulle mosse da fare...

Cosa succede se si lanciano due dadi? E se si lanciano 3? Eccovi i risultati tabellati:



Se lancio un dado, la probabilità che faccia "sei" è pari ad 1/6 (16,667%) , la stessa che faccia "5" o "4" .."1", supponiamo che esca sei e tocchi al mio avversario che può tirare come me un solo dado, la probabilità che faccia "sei" è semplicemente la stessa della mia: se fa sei è fortunato tanto quanto me... Vediamola però in questo modo: supponiamo che io ed il mio avversario tiriamo simultaneamente i dadi (i dadi in gioco sono quindi 2, uno mio e uno dell'avversario): la probabilità che esca lo stesso numero contemporaneamente per i due dadi è molto bassa (2,778%) ..quindi è ben vero che siamo "fortunati" ugualmente lanciando ciascuno un sol dado ma difficilmente si sarà fortunati contemporaneamente, se chi difende vince rispetto chi attacca grazie la parità, sicuramente ha più shance in uno scontro 1dado contro 1dado.



lunedì 3 dicembre 2007

Dal grigio al colore

La colorazione è quell'arte quasi magica attraverso la quale un pezzetto di piombo prende vita. Per me dipingere è una droga naturale: mi permette di volare con la fantasia e rilassa completamente. Colorare non è poi così difficile come sembra, anche se posso affermare che non sempre tutto va per il verso giusto: l'impazienza di terminare è cattiva consigliera e la cattiva conservazione di pennelli/colori può giocare brutti scherzi. Per me la colorazione è quindi sempre un' avventura. Sono correntemente alla ricerca di qualcosa di nuovo: "sperimentare" è la mia prima regola, la seconda: "è dagli errori che si impara e si migliora".

Da dove si può iniziare ? Quali sono le tecniche? Come si passa dal grigio del nudo piombo al colore? Devo dire che dopo anni di modellismo, queste domande sono per me ancora aperte. Tuttavia, nei libri, in rete, si trovano e troverete mille risposte di veri artisti: esistono tanti stili quanti sono i pittori di miniature, quante sono le sfumature dell'arcobaleno.. Ciò significa che non finirò/finirete mai di imparare potremo solo migliorare. In seconda analisi, non è importante quale tecnica si usa, se una tecnica è migliore di una o un'altra, è importante il risultato e l'effetto finale, ma sopratutto la vostra soddisfazione personale. Quando, finita una miniatura, nell' osservarla nel palmo della mano con vera soddisfazione, pensate: "ecco ho fatto qualcosa di bello", allora avrete utilizzato le tecniche giuste. Io non ho molto da insegnare, quel poco che so mi fa piacere però metterlo a disposizione degli altri; le mie tecniche, se così si possono chiamare, di base sono semplici. Penso che la bellezza stà nella semplicità e nell'osservare e replicare le cose con un occhio più attento alle pieghe della luce. Cosa significa creare luci e ombre su un soggetto? Nella realtà della nostra mente funziona così: il nostro mondo ha tre dimensioni e non esistono colori "piatti", ma infinite sfumature; un oggetto colorato in situazioni diverse appare in aspetti (modi) diversi: la radiazione solare che colpisce un oggetto rimbalza e impressiona la nostra retina con modi diversi a seconda della struttura dell'oggetto e della sua posizione rispetto alla sorgente luminosa. Finita la fisica passiamo alla pratica..Nelle tre dimensioni della miniatura le ombre possono essere associate alle pieghe dei tessuti o alle superfici inferiori dell'oggetto rispetto quelle superiori, il volto ha delle pieghe che sono le cavità oculari, il collo ecc. Per capire cosa osservare e come copiare, pensiamo inizialmente in due dimensioni, dipingere in tre dimensioni vedrete che è più semplice. Prendete una foto digitale, possibilmente di una persona, una qualunque, con qualche programma riducete la foto alle dimensioni di una miniatura, per togliere le sfumature naturali: l'immagine sarà ridotta a pixel, punti o zone colorate con toni chiari e punti colorati con toni scuri. Questi punti sono quelli che dovrete riempire con i giusti colori sulla miniatura: chiari nei punti luce, scuri ovviamente dove si posano le ombre. Ora provate a riprodurre la stessa foto con un disegno a colori a pennello su un foglio di carta. Inizialmente non è facile, ma se avete pazienza e avrete copiato correttamente, se guardate ora il disegno finito da lontano, i colori si sfumeranno e la figura sembrerà naturale. Consideriamo ad esempio un soggetto molto semplice: una daga di fantasia qui riprodotta al naturale nel grigio piombo, in cui sono evidenziati i vari "campi " da riempire, la utilizzerò per spiegare 4 passi per la colorazione.

A voler essere semplicisti i miei attacchi "d'arte" nella colorazione sono i seguenti (nulla di nuovo sono tecniche utilizzate da "secoli") :
  • "La Mano di fondo" per prima cosa, coprite con un colore marrone scuro o nero come più vi piace, tutta la miniatura; Se dovete colorare molte miniature, per velocizzare la cosa più semplice è usare una bomboletta spray su più miniature alla volta (lo chiamo metodo alla "Ford", perchè penso alla catena di montaggio..) ;

  • "Ombreggiatura & Luci"Esistono varie tecniche a pennello che permettono di ottenere i chiariscuri ed ottenere le ombre, la tecnica che uso è la seguente: sopra la mano di fondo, per zone, a seconda dei colori da dare, stendete dapprima i relativi colori scuri a riempire delle zone, lasciando intravvedere nelle pieghe il colore di fondo, poi passate ai relativi colori chiari con la tecnica del drybrush (o pennello asciutto che vedremo più avanti). Lasciate asciugare il tutto e alla fine passate una mano generale abbondante di colore scuro marrone o nero molto diluito su tutte le superfici per ridefinire tutte le ombre eventualmente scomparse nelle fasi precedenti. Vedrete il colore infossarsi naturalmente nelle pieghe per un effetto fisico chiamato capillarità. Lasciate asciugare il tutto e alla fine la miniatura avrà un effetto che chiamo "croccante" come la figura sotto. Avremo ottenuto le ombre su una figura in tre dimensioni.
  • "Particolari" Per me la fase che da più soddisfazioni: a pennello fine (punta OO oppure OOO) trattasi di colorate gli elementi singoli (tutti quelli in rilievo) con la stessa tecnica precedente per ombreggiare. In rete troverete questa tecnica indicata come "lumeggiatura", in pratica le zone in rilievo vengono messe in evidenza con lo stesso colore di base ma molto più chiaro, quasi tendente al bianco. La sfumatura che si ottiene la si osserva da lontano. Il passaggio di colore deve essere sempre dallo scuro al chiaro dalla piega in su come il passo precedente, qui sotto il filo della spada risulta bianco ed il manico e l'elsa vengono lumeggiati ;

  • "Mano a finire" Passate una mano di vernice trasparente generale con funzione protettiva, a mezzo bomboletta spray, essa proteggerà per sempre la vostra opera d'arte. Basterà poi "imbasettare" la miniatura (la base su cui pogga) , ma questa è un'altra storia che vedremo...

Per iniziare è sufficiente dunque munirsi di poche cose: i colori, i pennelli, i soldatini di piombo e ovviamente tanta pazienza...siete pronti? Bene, seguitemi e fate buon viaggio dal grigio al colore.

lunedì 26 novembre 2007

Gli anni più belli


Gli anni più belli



Gli anni più belli
non sono quelli passati
nè quelli che verranno.

Gli anni che non sono più...
come il cielo al tramonto:
bello, ma lontano
dietro una montagna
che si fa sempre più buia.
Gli anni che ci stanno appresso,
come il cielo all'alba:
la vita che sta per nascere
che fa sognare
ma che ancora non è.

Gli anni più belli
non sono quelli passati
nè quelli che verranno.
Gli anni più belli per noi
sono degli istanti,
sono ora,
quell'attimo che non ritorna
quell'attimo che s'aspetta,
racchiuso tra il passato che non c'è più
e il futuro che non è ancora.
Quell'attimo è qui
quello che viviamo adesso
voi siete qui
noi siamo qui
e tutto il resto
nè prima nè dopo
non conta.

di: GiovaneRampante

venerdì 23 novembre 2007

Il Soldatino di piombo

Vi racconto la mia breve storia.
Io sono un soldatino di piombo che per caso in una magica notte di dicembre di tanti tanti anni fa sono stato, per così dire, “svuotato” assieme ad altri modesti giocattoli giù per la cappa del camino di una povera casa di periferia abitata da povera gente. La tradizione voleva che, in quella data, tutti i bambini ricevessero un dono di Natale per renderli felici. Io ero uno di quegli oggetti desiderati del bambino che viveva in quella casa. Al mattino sono stato esposto assieme agli altri doni su un tavolo della cucina, un pò in disparte rispetto agli altri balocchi. Ero bello lucido con un fucile in spalla, fermo sull'attenti, con l'elmetto e una bella divisa nuova da combattimento, gli stivali con le fasce alle tibie (si usava cosi allora) pronto a rispondere agli ordini. Ad un tratto, vidi aprirsi una porta e sbucare un bambino assonnato: il suo faccino si illuminò di gioia nel vedere i regali che Babbo Natale gli aveva portato. Ripresosi dalla meraviglia, non sapeva quale dono raccogliere per primo. Scrutò un po' in giro, si guardò attorno come se gli mancasse qualcosa, i suoi occhi si fecero cupi e tristi. La mamma preoccupata gli si avvicinò con un brusco movimento e involontariamente urtò il tavolo sul quale erano posti i regali. Io persi l'equilibrio, caddi su me stesso. “Che fortuna!!!!!" Ero di piombo ed ero proprio bello, sebbene facile ad ammaccarmi, la mia caduta attirò finalmente l'attenzione di Sergio. Sergio era il nome del mio nuovo amico e mio futuro Capitano. Il Bambino urlò di gioia quando si accorse di me: fece di corsa i pochi passi che lo separavano dal tavolo sul quale mi trovavo. Prima di raccogliermi mi ammirò con attenzione, poi mi prese, mi osservò con cura nei particolari eppoi diventai il suo amico inseparabile. Tenendomi stretto nella mano sinistra, Sergio fece un giro d'ispezione a visitare gli altri giocattoli che assieme ai dolciumi rendevano più bello e completo quel tavolo. Sergio non mi lasciava mai, ero per lui un amico inseparabile, quando andava a scuola mi nascondeva nella sua cartella in mezzo ai libri ed ai quaderni: in fondo ero di piccolissima misura, adatto a star sempre con lui. Nel tempo libero dallo studio quante battaglie abbiamo giocato assieme , quante vittorie sono riuscito ad ottenere e quante volte Sergio mi volle ferito e mi spronava ad andare avanti perché diventassi un eroe, perché diventassi il suo mito.
Dopo qualche anno, un giorno a primavera, Sergio, come sempre, mi depose nella sua cartella prima di andare a scuola, ma la stessa non era più così sicura: le cuciture sul fondo e in particolare agli angoli erano un po scucite. Sergio nella fretta, poiché era un pò in ritardo, se ne andò di corsa dondolando la borsa. Nell'attraversare il cortile, quel dondolio mi fece cadere all'esterno e caddi sulla terra molle, dove più tardi i genitori di Sergio avrebbero lavorato la terra, coprendomi inavvertitamente senza più trovarmi. Al ritorno a casa, Sergio si disperò, era inconsolabile. Le promesse per l'acquisto di un altro soldatino di piombo da parte dei suoi genitori non servirono a nulla. Altri anni passarono e Sergio diventò un uomo. I lavori di scavo per il restauro del cortile della stessa casa in cui Sergio ha sempre abitato hanno fatto venire alla luce il soldatino di piombo, ed è stato proprio Sergio ad accorgersi di me, di un debole luccichio a terra. Sergio si chinò a raccogliermi. Aveve in mano quel piccolo oggetto. Nel riconoscermi come il suo vecchio soldatino a Sergio scappò una lacrima: in un baleno rivisse tutti i bei momenti passati assieme, le battaglie vinte, quelle volutamente perse, la disperazione di avere smarrito quel soldatino di piombo che ora stava li di nuovo tra le sue mani, inzuppato di terra ed annerito dal tempo. Sergio era felice aveva ritrovato il suo eroe il suo mito, il suo: ”SOLDATINO DI PIOMBO”.

Amedeo 1940

mercoledì 21 novembre 2007

Soldatini, cocchi, dadi e...pannacotta

Una sera prima di partire per una partita con il buon amico Stefano, mi è capitato di ritrovare in una cassapanca dei vecchi libri di scuola di letteratura latina: alla ricerca di non so quale nuova tattica da applicare, mi fermai a leggere un vecchio passo di Tito Livio relativo ad una lontana battaglia che nella storia si svolse a Sentino, località tra Ancona e Perugia e che vide a confronto le schiere delle legioni romane ed alleate e quelle dei Celti, Sanniti, Etruschi e della coalizione italica:

"..Per due volte costrinsero la cavalleria gallica a indietreggiare; la seconda si spinsero più avanti, mentre stavano già combattendo in mezzo alle schiere di fanti, e rimasero sconcertati da un tipo di battaglia mai vista prima: arrivarono nemici armati in piedi su cocchi e carri, con un grande frastuono di ruote e cavalli che terrorizzò i cavalli dei Romani non abituati a quel rumore. Così la cavalleria romana, che aveva già la vittoria in pugno, venne dispersa dal panico, con cavalli e uomini che rovinavano a terra in una fuga precipitosa."

Ad Urbe Condita Libro X/28 - Tito Livio

Più tardi gli eserciti erano schierati, la battaglia si svolse su un tavolino verde e le schiere erano composte da soldatini di piombo. Lo scontro poteva essere quella di Sentino: durante il gioco sembrava di rivedere quei passi e rivivere quei lontani momenti, le schiere, i carri, le avanzate, le mischie, di cui il testo riportava. Certo quella volta non era un gioco...e questa volta una storia ben diversa avrebbero dovuto scrivere:

"
Così i carri celti, che avevano già la vittoria in pugno, vennero dispersi dal panico, con cavalli e uomini che rovinavano a terra in una fuga precipitosa... i due generali dopo la battaglia banchettarono con pannacotta."
La battaglia era persa,
le gesta dei Galli dipesero più dal lancio di "dadi" che non da quello dei "cocchi", i libri rimasero nella cassapanca e la pannacotta ebbe vera gloria.

domenica 18 novembre 2007

Soldati d'autunno


Da una giornata di Sole e Bora sul Carso.

Dalle mie parti l'autunno è un arcobaleno di colori, il sommaco, un erbusto forte e tenace che cresce tra le pietre calcaree, infiamma questo desolato e brullo altipiano con le sue foglie che si tingono di giallo, di arancio e di rosso.

Su queste rocce, doline e quote quasi un secolo fa si svolsero dolorose battaglie, rimaste ormai nell'oblio dei ricordi dei nostri bisnonni.

Soldati allora giovani, si ritrovarono su questo carso e furono in balia di altre forze che non la bora che qui forte soffia ...

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

Giuseppe Ungaretti
(Bosco di Courton luglio 1918)

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