Un pò di me e di voi

Ho superato di parecchio gli 'anta e risalgo a quella epoca gloriosa che a tutti gli anziani sembra essere irripetibile. E' stata l'epoca del benessere economico italiano, del lavoro, fondamento di questo nostro paese, ma anche di piccole cose che sono ormai scomparse: i dischi in vinile, le cabine telefoniche, il gettone, il servizio di leva, i disegni tecnici con carta e china, le calcolatrici a logica polacca inversa, i regoli calcolatori, la guerra fredda, la Lira e i soldatini.

Correvano i meravigliosi anni ’70, quando i miei genitori mi regalarono la mia prima piccola scatola di soldatini d’Italia della Atlantic. Quanta nostalgia, li ricordo come fosse ieri. Ho vissuto con tristezza la loro scomparsa dal mercato, lo stesso dolore si è rinnovato non poco tempo fa con l'oblio della TbLine, creata da una grande persona, con grandi progetti che ho avuto l'onore di conoscere e di leggere anche su questo blog. Quando pò più grandicello entrai in un club locale, ho avuto l'occasione di apprendere le meravigliose tecniche del modellismo: la pittura a pennello, l'aerografo, l'autocostruzione ed anche la complessa vita da club. Sono uscito da questa esperienza molti anni dopo, prima di partire per il servizio militare, allora decisi di aver vissuto abbastanza intensamente l'ambiente dei concorsi e del modellismo statico. Più tardi, in avanzata maturità, ho avuto occasione di avvicinarmi al wargame ed al collezionismo dei soldatini di piombo dipinti e devo ciò alla fortuna di aver conosciuto un mio grande amico: Stefano, con cui condivido la passione per la storia, per le escursioni e non solo quelle gastronomiche. Questo blog è solo una piccola parte di me, quella nascosta, il mio libro dei ricordi, di idee che forse mai realizzerò ed un piccolo contributo per questo meraviglioso hobby che mi accompagna ancora nelle rare occasioni di tempo libero che mi rimangono tra la famiglia, gli amici e la professione di ingegnere.

Alessandro, alias "Callaghan".

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domenica 30 giugno 2013

Terreni - Parte 1 - Realizzazione di pianura continentale


Come realizzare i vostri terreni da wargame in modo semplice ed economico. In questo post: la pianura continentale. 

La pianura continentale 30 cm x 30 cm
Accostando vari rettangoli o quadrati di terreni si può così realizzare un tavolo da gioco più o meno complesso e variegato.

Materiali occorrenti
n.2 Vasetti da 250 g di colla vinilica;
n.1 Pannello isolante da costruzioni ad alta densità di sezione adeguata (al Vostro progetto) ;
n.1 Sacchetto di farina di polenta alimentare;
n.1 Vasetto di colore acrilico verde oliva (qui usato 69.1230.130 Easy Color 130 ml);
n.1 Vasetto di colore acrilico verde cadmio chiaro (qui usato 69.1190.130 Easy Color  130 ml);
n.1 Bomboletta di acrilico semi lucido trasparente;
Con queste quantità è possibile realizzare almeno 2 metri quadrati di terreno.

Attrezzi
n.2 pennelli di medie dimensioni e bassa qualità (uno per tutta la colorazione ed uno per la stesura della colla);
n.1 contenitore con acqua per la pulizia dei pennelli, per la diluizione della colla;
n.1 righello metallico per la precisione del taglio
n.1 cutter affilato per i tagli lineari 
n.1 seghetto termico per tagli circolari (per il terreno quadrato qui rappresentato non è stato usato)
Consigliati:
alcuni fogli di vecchi giornali da porre sotto il piano di lavoro (per evitare di sporcarlo e per facilitare il recupero della farina);
una tavola in legno per le operazioni di taglio;
guanti monouso in lattice a protezioni delle mani dalla colla e colori;
mascherina per le operazioni di colorazione a spruzzo (da eseguire in esterni).

Taglio
Una volta progettate le dimensioni in pianta del pannello (nella foto è stato realizzato un quadrato 30 cm di lato), riportate a matita con il righello sul pannello la forma da ritagliare, in modo da poterla seguire con la lama ed il righello. Riverificate sempre le dimensioni e le forme prima di procedere con il taglio: eventualmente correggete a matita le forme disegnate prima di tagliare. E' ora possibile ritagliare il pannello con un cutter ben affilato e con l'ausilio di un righello metallico (per forme particolari, circolari o olissoidi si può anche usare un seghetto a caldo per polistirolo). Per il taglio appoggiate il pannello su una superficie dura e liscia come una tavola di legno adatta allo scopo e a protezione del piano di lavoro (e dei mobili!!) e prestate la massima attenzione durante il taglio per la sicurezza delle vostre mani.

Incollaggio
Posizionate la sezione di isolante sul piano di lavoro sopra dei fogli di giornale al fine di non sporcare e recuperare la farina di polenta in eccesso eventualmente non incollata. Stendere mediante uno strato di colla vinilica su una faccia solamente di isolante: quella superiore. A questo punto stendete un velo di farina di polenta su tutta la superficie in abbondanza. Lasciate qualche minuto riposare, rivoltate il terreno e lasciate scivolare via la farina di polenta in eccesso sui giornali, quella aderente alla superficie rimarrà incollata su di essa. Recuperate la farina di polenta e lasciate riposare e asciugare per almeno un giorno. Il giorno successivo ribaltate nuovamente il pannello e spazzolate via con vigore mediante un pennello la farina di polenta che non ha fatto presa e recuperate la farina che eventualmente si è staccata. Prestate attenzione che parti di colla non siano scivolate sui bordi, se asciutte eliminatele con il cutter. Eventualmente ripetere l'incollaggio per eventuali parti di isolante non ricoperte da farina di polenta, come sopra. Utilizzate sempre guanti in lattice per non sporcarvi la mani.

Fissaggio
Una volta ricoperta tutta la faccia superiore della sezione di isolante con farina di polenta, procedete al fissaggio della "texturizzazione": passate sulla superficie increspata un velo con un pennello di colla vinilica diluita al 50% con acqua. La superficie così ottenuta una volta asciutta sarà completamente "vetrificata" e protetta. Utilizzate anche qui guanti in lattice per non sporcarvi la mani.

Colorazione
Stendete con un pennello una mano di colore acrilico verde oliva su tutte le superfici (anche i lati, quella inferiore di appoggio può rimanere anche non colorata). Generalmente i colori acrilici asciugano in tempi brevi, alcune ore. Lasciate asciugare questa mano e poi datene una seconda in modo da ottenere una superficie colorata omogenea e senza soluzione di continuità. Lasciate nuovamente asciugare anche questa mano di colore per almeno una giornata e passate alla parte più divertente (secondo me): la colorazione in pennello asciutto della superficie, metodo riconosciuto come dry brushing.
Con questa tecnica di colorazione, si usa il verde acrilico cadmio chiaro che si fisserà solo ed esclusivamente sulle parti in rilievo, lasciando il verde oliva di base visibile. In questa operazione intingete il pennello nel colore, poi passatelo più e più volte su un giornale per togliere il colore e quando sembra che non lo ceda più (e solo allora), passatelo allora ripetutamente sulla superficie da colorare. Ecco il miracolo: la superficie si colorerà solo nelle parti sporgenti lasciando il colore base a vista, una tecnica ormai antica ma di un effetto strabiliante.
L'asciugatura del tutto è in genere molto veloce con questa operazione (mezz'ora). A questo punto è possibile passare alla finitura. 

Finitura
Passate una mano di acrilico semi lucido trasparente spruzzato a bomboletta  a protezione di tutta la superficie. Utilizzate guanti in lattice per non sporcarvi la mani e la mascherina, eseguite queste operazioni sempre all'esterno in ambiente ben areato. Il terreno è completato! Lasciate asciugare e riposare in ambiente areato un'altro giorno.


giovedì 27 giugno 2013

La battaglia del monte di Ragogna

La Battaglia del monte di Ragogna. Interessante idea per crearvi uno scenario di Wargame per la Grande Guerra. E' forse una delle battaglie più dimenticate della prima guerra mondiale sul fronte italiano. Troviamo trattati sulle battaglie dell'Isonzo, Caporetto, Il Piave, Vittorio Veneto, ma di Ragogna solo da poco si parla. Siamo nel 1917, subito dopo lo sfondamento di Caporetto. I protagonisti sono: gli Austro Tedeschi vittoriosi da una parte e gli Italiani in ritirata dall'altra. La divisione tedesca di punta è la 12 Slesiana che abbiamo incontrato alcuni post fa. L'unità Italiana a ultimo baluardo, la brigata Bologna. Talmente si distinse nei combattimenti tale brigata da ricevere l'onore delle armi da parte degli avversari.  Alcuni anni fa sono stato in quei posti, abbiamo visitato la cannoniera del monte di Ragogna, quelle trincee, il fantastico lago di Cornino, dalle acque di un colore celeste così intenso che non dimenticherò mai più. Vi sono forti contraddizioni tra lo splendore della natura di oggi e le immagini di quelle tremende giornate di un secolo fa. La storia, quella storia per noi in bianco e nero è ormai quasi leggenda.


Il Bellissimo lago di Cornino
 30 ottobre 1917.

Dopo Caporetto "Il 30 ottobre 1917 fu il giorno della svolta: la 12ª Divisione di fanteria slesiana, una volta conquistato definitivamente San Daniele del Friuli, svoltò in direzione dei ponti di Pinzano al Tagliamento e Cornino, ma venne fermata nei pressi del monte Ragogna. L'Alpenkorps intanto, veduto distrutto dai genieri italiani il ponte di Bonzicco, arrestò la sua avanzata, mentre gli austro-ungarici, a Cornino (difesa dagli uomini delle brigate Genova, Siracusa, Lombardia, da due battaglioni della Lario e da pochi pezzi di artiglieria, il cui ponte era stato fatto saltare come quello di Bonzicco, diressero per Ragogna. La mattina del 31 ottobre queste forze, in aggiunta alla 12ª slesiana, oltrepassarono dopo lunghi combattimenti la frazione ragognese di Muris, peraltro persa quasi subito a seguito di un contrattacco italiano.

Il 31 ottobre entrò in azione alle ore 6:00 l'artiglieria austro-tedesca, intesa come fase preliminare per l'attacco delle fanterie, che si verificò tre ore dopo riscontrando inizialmente pochi successi, che tramutarono poi, a causa della superiorità numerica, in isolati successi: gli italiani si ritirarono nella frazione San Pietro e un reggimento della 12ª slesiana riuscì a raggiungere il ponte di Pinzano al Tagliamento, ma dovette ritirarsi perché attaccato alle spalle dalle mitragliatrici del Regio Esercito appostate sul monte Ragogna. 
Monte di Ragogna

Nelle prime ore del 1º novembre i soldati di Cornino si ritirarono sulla riva destra del Tagliamento per permettere ai genieri di demolire il ponte, ma la scarsa qualità dell'esplosivo permise solamente di danneggiare l'arcata occidentale. Al monte di Ragogna la situazione per la brigata Bologna divenne sempre più critica, ed il generale Carlo Sanna, comandante della 33ª Divisione nonché responsabile della distruzione del ponte di Pinzano al Tagliamento, viste le truppe austro-tedesche che si avvicinavano sempre di più, supportate per giunta dall'artiglieria che avrebbe potuto interrompere i fili elettrici delle cariche, attorno alle 11:00 diede l'ordine di far saltare il grande ponte, impedendone l'attraversamento sia agli italiani che agli austro-tedeschi.

I soldati italiani rimasti intrappolati sulla riva sinistra del Tagliamento comunque non si arresero fino a sera, poi i superstiti (3.000 soldati e 50 ufficiali) si consegnarono al nemico. In giornata era stata anche seriamente danneggiata dai genieri italiani la passerella di Pontaiba (frazione di Pinzano al Tagliamento), che risultò quindi impraticabile ai soldati di Otto von Below."
Terminata la battaglia le artiglierie italiane proseguirono a colpire la riva sinistra del Tagliamento, causando tra l'altro la morte di 37 prigionieri italiani alloggiati in una casa colpita da un proiettile. Ai superstiti della Bologna (tra cui vi era il colonnello Rocca) venne concesso l'onore delle armi, e del loro valore si parlò anche nei bollettini di guerra tedeschi.
Cadorna, non appena venne a sapere della caduta di Cornino, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti passi avanti nell'impostazione di una linea difensiva.
Anche a Ragogna, come a Caporetto, non mancarono gli errori dei generali. La Bologna, infatti, avrebbe potuto essere evacuata nella notte tra il 31 ottobre e il 1º novembre piuttosto che continuare a difendere una posizione oggettivamente intenibile." (1)



domenica 23 giugno 2013

Miniature in 10mm della 12a Divisione Slesiana - Caporetto 1917 - Parte 2

E' finalmente pronto l'esercito della 12a divisione di fanteria "Slesiana" tedesca che combattè nella battaglia di sfondamento di Caporetto nell'ottobre del 1917, sulla fronte italiana-austroungarica.
Le miniature sono tutte in scala 10mm, sono prodotte della Pendraken e rappresentano due battaglioni completi, ciascuno di 3 compagnie fucilieri ed una compagnia mitragliatrici. I battaglioni hanno il supporto di un doppio gruppo d'artiglieria campale, di una compagnia del genio e da due basette comando.
Ecco di seguito le foto dell'esercito appena completato:


"Colpo d'occhio" frontale
Vista laterale

Dal punto di vista del comando
Vista laterale destra
Compagnia di fanteria d'assalto
Doppia compagnia mitragliatrici
Compagnia genio lanciafiamme
Doppio gruppo artiglieria leggera
La battaglia abbia inizio.
A presto!










giovedì 20 giugno 2013

Miniature in 10mm della 12a Divisione Slesiana - Caporetto 1917 - Parte 1

Sono trascorsi alcuni lunghi giorni dall'ultimo articolo, lunghi e faticosi, perché il caldo non mi da tregua, gli impegni lavorativi e la famiglia sono (e devono essere) al primo piano, quindi ho poco tempo a disposizione se non alcune ore sporadiche alla tarda sera. Sono quindi nuovamente impegnato a dipingere fanti. Ancora? Si ma sono saltato ad un altro secolo. Un gran bel divertimento preparato e condito di ricerca storica: quanto serve per un minimo di rispetto dell'uniformologia. Ecco quindi questo piccolo articolo che si allaccia a quello precedente del Matajur. Vedrete che sono appena a metà strada dell'opera: il lavoro non è terminate, ma qualche risultato apprezzabile posso ora distinguerlo. Il soggetto del lavoro sono i fanti  della 12a divisione slesiana tedesca: quella che combatté a Caporetto. I protagonisti sono mie vecchie miniature della Pendraken (l'acquisto è di alcuni anni or sono). La scala è la classica standard 10mm, la mia preferita. Eccovi alcune foto dell'avanzamento lavori. Per ora mi sono limitato a una dozzina di basette, nella speranza di completarle a breve per qualche serata di prova di panzer8 wwi con Stefano. Ecco le foto:

Imbasettamento - texturizzazione - mano di fondo nero opaco

Fig.1 MG "Schwarzlose"


Mano a pennello asciutto con grigioverde e primi dettagli 

Fig.2 Fanteria d'assalto: "baionetta in canna!"


Mano di ocra: a punta di pennello
Fig.3 Seconda compagnia: "d'assalto"


L'Incarnato: a pennello a punta molto fine
Fig.3 La Terza compagnia

I Lavori sono in corso.

I Prossimi passi? Dettagli e completamento con fogli magnetici, colorazione delle basi, colori finali delle basi e ritocchi, inserimento di erbusti/filo spinato/sacchi a terra, ect ( La fantasia è la mia guida). Poi passerò ai fanti italiani..

mercoledì 12 giugno 2013

Quel giorno sul Monte Matajur

Da: Axis History Forum (3)
Monte Matajur, montagna delle prealpi Giulie alta 1641 m sul livello del mare. Quasi cento anni fa, questo monte del Friuli Venezia Giulia  fu il teatro di una battaglia controversa, poco nota e dai risvolti a me inediti. Correva l'ottobre del 1917, nel mezzo della grande guerra, sul fronte della 2a armata italiana, durante la battaglia di sfondamento austro tedesca di Caporetto. L'altura del Matajur faceva parte dell'ultima altura difensiva italiana, contro le divisioni austroungariche e tedesche che stavano per dilagare fino al Piave. Al di la di essa la pianura. Alla sua difesa era stata destinata, dal Comando Italiano in fibrillazione per gli avvenimenti, la Brigata Salerno del Generale Zoppi. La brigata di sei battaglioni, partita da Bassano il 22 ottobre del 1917 aveva completato dopo varie peripezie lo schieramento sulla cima, appena tre giorni dopo e giusto in tempo per ricevere l'assalto tedesco.
Il Monte Matajur era privo di trincee, reticolati o opere di difesa: si profilava un impresa ardua per la Brigata Salerno: lo avrebbe dovuto difendere praticamente in campo aperto, senza supporti o artiglieria, da sola. Non un eccezione all'inizio della grande guerra italiana, sicuramente lo ora in quele ore e dopo tre anni di guerra. Inedita fu la modalità di attacco degli avversari. Inedito e straordinario al confronto della mentalità ottusa degli attacchi frontali italiani "garibaldini" sul carso. Gli avversari erano truppe tedesche fresche della 12a Divisione Slesiana e dell'Alpenkorps Bavarese.  In questi reparti combatteva un ufficiale che sarebbe presto divenuto celebre per le sue abilità al comando e molto tempo dopo per questa impresa: Erwin Rommel. E' lo stesso Rommel che nella seconda guerra mondiale sarebbe divenuto il famoso generale stimato anche dagli avversari e benevolmente chiamato "la Volpe del Deserto". Le truppe italiane erano quindi schierate sul Monte Matajur la mattina del 25: 90° Rgt (reggimento) sulla cresta con tre battaglioni, 89° Rgt con tre battaglioni a mezza costa a quota 700 m, isolati e privi di collegamento a sinistra e destra. Ricorda l'ultima difesa degli Spartani alle Termopili. La manovra tedesca operò con una tattica innovativa per quegli anni. Tattica mobile e di aggiramento: frontale tra le due linee difensive con infiltrazione di piccole truppe d'assalto dell'Alpenkorps e aggiramento da Nord, lungo le valli di Natisone, della 12a divisione Slesiana.
Soldati della 12a Divisione Slesiana a Caporetto
La 12a divisione giunse perciò fino alle spalle del 90° Rgt della Salerno. Erano manovre precursorie della BlitzKrieg della seconda guerra mondiale. Avvenne pertanto quello che doveva accadere. A conquistare la cima non fu, però, come inizialmente decretò il comando tedesco, le unità del tenente Schieber che fu anche decorato con la croce al merito per l'operazione, (era comandante della 4 compagnia del 63° Rgt della 12a divisione), ma Rommel, che solo dopo vibrate proteste e rimostranze al Comando riuscì a dimostrare e farsi accreditare la sua vittoria, tuttavia non la medaglia. Allo stesso modo un altra controversia tremenda fuori campo si strascinò per anni da parte italiana. In linea generale i Comandi Italiani, lontani dal fronte, carenti di informazioni e ingessati talvolta nelle decisioni, non riuscirono a cogliere la situazione, gli errori di comando e la mancanza di reazione noti tuttavia i piani tedeschi di Caporetto. E' come se per anni non si riuscisse ad accettare che Caporetto fosse stata una straordinaria operazione militare tedesca, aiutata purtroppo anche da errori di comando italiani. Il Comando Italiano cercò i suoi capi espiatori, i colpevoli, a cui addossare le colpe di quella allora tragedia: il tutto si volle far ricadere sulle truppe combattenti. Oggi questo scandalo fa rabbrividire ed inorridire. Solo la commissione di inchiesta italiana, di molto sucessiva, riguardante Caporetto rivalutò anche le operazioni della brigata Salerno, appena dopo anni , dopo essere stati tacciati di codardia e delle più infamanti e ingiuste insinuazioni di viltà di fronte il nemico, i soldati, dopo anni di massacri inutili sul carso si misero sulle spalle anche queste colpe. Alla luce di quanto sopra la realtà, per i comandanti di allora incredibile, era un'altra. La brigata, nonostante le posizioni insostenibili, in assenza di artiglieria, trincee e difese, senza rinforzi, collegamenti, con la sola fanteria e le poche miragliatrici, resistette finchè potè, in campo aperto inviata com'era a respingere da sola un nemico inarrestabile. Le prime linee a Caporetto erano cadute per errata disposizione dei reparti, per i bombardamenti a gas, per l'assenza dell'intervento dell'artiglieria: un disastro dopo l'altro. I soldati non avevano colpe. Solo molto tardi li si rivalutò, grazie ai diari di reggimento: la Salerno si ritirò anche in perfetto ordine, solo dopo aver perso quasi tutti gli effettivi, dopo che le forze preponderanti tedesche e la nuova modalità di attacco delle truppe d'assalto, assolutamente sconosciuta ai fanti italiani, li sopraffecero. Sopravissero  20 ufficiali e 387 soldati del 89° e  8 ufficiali e 400 soldati del 90° dopo quel 25 ottobre. Chissà poi quanti di essi sopravvissero alla guerra...Matajur 1917: storia controversa, inedita e ancora poco nota.

Scrisse poi il generale Zoppi della Salerno:
"Pretendere che i soldati, in quelle vicende, facciano della strategia e della grande tattica può essere un bel sogno di chi non ha mai provato lo strazio mentale di essere nell'impossibilità di sapere...pretendere che il soldato aggirato e sorpreso, ossia vinto ancor prima di combattere, sappia col suo valore rovesciare una situazione inesorabilmente compromessa, è follia." (2).

Sono stato lassù. Su quella cima, dove allora si udiva il rombo della guerra, oggi si gode la tranquillità assoluta e la vista, in assenza di nubi, spazia all'infinito per regalare una emozione che toglie il fiato.

1) da Monte Matajur relazione storica
2) Isonzo 1917 di Mario Silvestri
3) Axis History

lunedì 10 giugno 2013

Quello scontro di Zaule del 1463 - L'esercito Tergestino


In un giorno imprecisato dell'estate del 1463, Trieste, Muggia e Capodistria si trovarono a combattere  una piccola quanto importante battaglia in campo aperto, all'inizio della guerra commerciale per il controllo delle vie del sale. Tale battaglia diede il via alla corsa alle armi che  Venezia interpretò con il terribile assedio di Trieste, liberata dalla distruzione, solo per intervento del pontefice di Roma.
Quello che sappiamo è il luogo dello scontro e poco altro. Si svolse nella valle di Moccò, l'odierna Zaule che era allora una piana erborea-palustre delimitata dalle alture del Carso da una parte e dal Mare, dall'altra. La ragione dello scontro è legata alla sua natura. In questa piana si sviluppavano le saline delle due eterne rivali Muggia e Trieste, spesso guastate dall'una o dall'altra parte. Lo scontro, ebbe inizio probabilmente proprio dal guasto veneto delle saline da parte dei veneti. I salinari videro l'intervento di 200 fanti cittadini Tergestini al comando di Cristoforo Montecchi dei Cancellieri, inquadrati, più per tipologia d'arme che per comando in un centinaio di lancieri con altrettanti balestrieri. I veneti erano essenzialmente composti da uomini d'arme mercenari a cavallo e liberi cittadini dei Comuni istriani in guerra con Trieste, probabilmente a supporto dei guastatori. Vi erano infatti 80 cavalieri della compagnia di  Santo Gavardo, vari cavalieri leggeri (qualcuno suppone stradiotti) e numerose fanterie leggere assieme i guastatori veneti. Il totale di 400 cavalli esalta l'idea della dimensione delle forze in campo e della sproporzione numerica tra i due avversari.

Non vi è a me nota alcuna notizia riguardo altri dati o la tattica dello scontro, se non l'epilogo: la disonorevole ritirata a Capodistria di Santo Gavardo, la caduta di un conestabile, di 12 militi veneti , contro vari feriti Tergestini. Si possono fare molte supposizioni ma la verità non potrà mai essere svelata.
In assenza di altri dati, lasciamo spazio alla fantasia.
Ecco pertanto qui sopra immortalato, in puro stile di wargame, l'ipotetico istante in cui Santo Gavardo al comando delle cavallerie venete al galoppo, supportato dalla fanteria di Muggia e Capodistria, credevano ancora di poter aver la meglio contro il muro di lance e verrettoni dei temibili balestrieri del libero Comune di Trieste.

sabato 1 giugno 2013

La bastita di Santo Gavardo

Scusate il doppio post giornaliero. Non volevo modificare il precedente.

Devo fare un'altro post perchè due pagine dopo la lettera del documento (5) ho trovato un'altro indizio.

L'11 marzo del 1463 Il Doge Cristoforo Mauro invia un'altra delle sue ordinanze. Questa è molto interessante perchè individua il luogo della bastita di cui il post precedente: essa si trovava presso il castello di Schwarzeneg (6) e fu progettata da due ingegneri accompagnati dal Santo Gavardo ("Et quia hue venit Strenuus Ductor Sanctus de Gavardo cum duobus ingenuariis causa eundi ad locum, ubi talis bastita construí debet.."): le spese per la sua costruzione vennero sostenute da Muggia, Pirano e Isola (Anche con loro maestranze?).

Vedremo gli sviluppi.



Gli ottanta cavalieri di Santo Gavardo


Ci eravamo lasciati lunedì 20 maggio 2013 con "varie letture" (1,2,3,4) della battaglia della valle di Moccò (odierna Zaule). Tale scontro si svolse in un posto imprecisato della valle di Zaule tra i cavalieri capodistriani-veneti di Sante Gavardo e 200 cittadini tergestini comandati dal capitano Cristoforo (Montecchi) de Cancellieri.

La domanda su come abbiano fatto 200 fanti a sconfiggere "400" cavalieri con fanteria, non trova risposta in questi scritti. Rimane per me ancora un mistero. Ho trovato però proprio questi giorni un altro interessante documento diponibile in rete (5). Riporta la trascrizione della lettera, scritta in latino, datata 25 febbraio 1463 del doge di Venezia Cristoforo Moro- Egli ordinò che venissero presi alloggiamenti militari nelle località Schwarzeneck, Corgnale e Caciti, territori del Conte di Gorizia, per "Ser Sanctum de Gavardo" da lui inviato "cum equis circa octuaginta.." (Signor Santo Gavardo con ottanta cavalli). Ordinò inoltre che venissero montate delle "bastite" (Barricate) e che venissero forniti quanti "stipendiari" (soldati pagati) fossero possibili per chiudere le strade che portavano a Trieste.

Questo non offre ancora una risposta alla domanda precedente, tuttavia evidenzia che i cavalieri di Santo Gavardo non erano, almeno inizialmente, 400 ma una ottantina. I veneziani stavano chiudendo le strade con delle bastite, probabilmente controllate da stipendiari Muggesani, Capodistriani etc. Quello che è certo è che Trieste invio verso Zaule 200 soldati, i veneti soffrirono la caduta del "conestabile" veneto e di altri 12 suoi uomini e scontro ("bataia") fu vinta dai Triestini. Poco altro si sa.

Se lo scontro avvenne tra 200 fanti tergestini, gli 80 cavalieri e forse solo un'aliquota di stipendiari veneti, assalendo una bastita, questo non ha ancora evidenza.



Riferimenti storici
di Domenico Malipiero
 Di Giuseppe Mainati
di Vincenzo Scussa
di Girolamo Branchi

Note

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